"Adesso è un bestione viziato": la curiosa storia di Pavoletti e di Mou, il maialone che viene dal Vietnam...

15.12.2016
17:00
Claudio Russo

Ad occhio e croce, se le visite mediche daranno i risultati sperati, Leonardo Pavoletti sarà un calciatore del Napoli. Certo, forse 18 milioni di euro potrebbero creare qualche aspettativa di troppo - Inler per la stessa cifra è stato crocifisso, del resto - ma a gennaio, e con l'esigenza di acquistare una prima punta, è praticamente ovvio che si finisca col pagare qualche milioncino in più. Detto questo, dal punto di vista tecnico Leonardo Pavoletti lo conosciamo abbastanza bene: nello schema di Sarri ci metterà qualche settimana per entrare in regime, ma quando lo farà probabilmente regalerà un bel po' di soddisfazioni all'allenatore, ai compagni e ai tifosi. Il fatto è che questo focus non è dedicato a Pavoletti dal punto di vista tecnico. No, il lato sportivo stavolta non c'entra.

Potremmo parlare delle risposte che diede ai microfoni del sito ufficiale della Nazionale Italiana qualche mese fa: il primo calcio ad un pallone dato a 10 anni ("Ero bravino, rovescio migliore del dritto, bimane. Ricordo che avevo provato col calcio, ma gli altri volevano sempre la palla e a me, abituato a uno sport individuale, la cosa infastidiva"), dopo aver iniziato col tennis; il primo autografo firmato ai tempi del Lanciano; il primo "Pavoloso" detto da Mattia Perin in occasione di Genoa-Verona; il primo bacio dato ad una ragazza in quinta elementare (ok, forse più corretto definirla bambina...); il primo viaggio all'estero fatto a Lloret de Mar, in Spagna, con gli amici; la prima delusione, in età adolescenziale, perchè una ragazza lo mollò (in fondo chi non ci è passato?). Potremmo anche dire che Pavoletti, naso rosso in faccia, andò con Perin alla Clinica De Marchi di Milano per portare regali ai bambini in cura ("Siamo andati via sentendoci piccoli piccoli davanti a quei bambini che stanno attaccati a dei tubi senza manco un lamento" disse a Sportweek).

Tante piccole cose curiose, effettivamente. Potremmo andare a scavare un po' di più all'interno dell'intervista di cui fu protagonista su Sportweek un annetto fa: i piedi ben saldi per terra ("Non mi piace apparire. Non serve: se fai bene sul campo di calcio non hai bisogno di troppe parole. Soltanto coi fatti fai cambiare idea alle persone"), l'essere una...mosca bianca nel mondo dei calciatori ("Non ho tatuaggi: al giorno d’oggi mi sento più originale senza. Non ho orecchini: da ragazzino mi feci un piercing a un sopracciglio, è durato una settimana. Guido una Mini, però prima o poi la macchina per divertirmi la compro"), il calcio vissuto quasi come un hobby ("Io non riesco a pensare al calcio come al mio futuro. Penso invece all’università che da lì a un paio d’anni avrei iniziato – volevo diventare fisioterapista, poi mi sono spostato a Biologia, ma è durata poco. Ero abbastanza insofferente alle regole, certi compagni più grandi mi sfottevano...").

Oppure il suo inizio con il calcio, dopo aver praticato tennis e judo. A dieci anni, con un passaggio al Cantiere Navale Fratelli Orlando (dapprima Jemboree-Borgo), la squadretta del quartiere in cui abitava a Livorno. E giocava in difesa eh: "Ma quando prendo palla la porto verso la porta avversaria ogni volta un po’ di più, finché non faccio gol. Una, due, tre volte. A quel punto l’allenatore (Roberto Pacinotti, ndr) ferma tutto, mi guarda e fa: tu ti sposti in attacco". La madre disse all'allenatore "Se a Leo piace, io glielo porto tutte le settimane. Però non voglio sentire confusione: di partite non si parla". E lo stesso calciatore, a Sportweek, aggiunge: "Quello la guarda con gli occhi di chi pensa: chissà che pacco mi sta rifilando. Poi, a fine allenamento, le va incontro e dice: “Signora, suo figlio le partite le farà. Tutte”". Gli è andata bene.

Invece no, l'oggetto di questo focus si chiama Mou. No, non Mourinho (il portoghese già ha troppi problemi allo United). Mou è il...maiale di Leonardo Pavoletti. Esatto, un maiale. Anzi, un maialone come lo ha definito più volte in passato lo stesso calciatore raccontando il suo arrivo nel 2012: "La scorsa estate l'ex ragazza di mio fratello portò questo maialino vietnamita a casa, all'inizio lo voleva tenere nell'appartamento ma tenendo un piccolo giardinetto abbiamo proposto di farlo stare con noi. Piano piano ha iniziato a mangiarci tutto il giardino, ed è diventato un maialino...un bel maialone ora. Mi ha portato parecchia fortuna, l'altr'anno ho fatto 17 gol con il Lanciano con il gol-playoff...e siamo stati promossi".

Un bel maialone. Bene. Benissimo. Il piccolo Mou - piccolo per modo di dire eh - a Napoli e a Castel Volturno potrebbe tranquillamente trovare ampi spazi dove mangiare. Cosa? Nel 2012 Pavoletti affermava "tutto quello che può trovare, è famelico. I croccantini del cane, gli avanzi...sarà sui cento chilogrammi, un vero maialone davvero". Ma l'anno scorso il potenziale nuovo attaccante del Napoli ha aggiunto: "Adesso è un bestione viziato. La mattina vuole il pane col latte, o i croccantini con gli avanzi della cena (almeno le vecchie tradizioni sembrano essere rimaste, ndr). Altrimenti è capace di rifiutare il cibo. Una volta qualcosa doveva essergli andato storto e ci devastò il giardino: non rimase neanche un ciuffo d'erba". Leonardo ed il bel maialone Mou. Che fanno il paio con i soprannomi avuti da Pavoletti a Varese e Sassuolo, lo sparviero ed il cinghiale "ma perchè avevo Mou - ricordò la punta - Forse il cinghiale mi rappresenta un pochino di più, ma mi piacciono entrambi". Risulta abbastanza difficile, a questo punto, non provare simpatia per Leonardo Pavoletti. Ma Mou forse è meglio lasciarlo a Livorno, non sia mai Sarri lo trovi a grufolare sui campi di Castel Volturno...

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