Benitez si racconta: "In Spagna mi definiscono 'difensivo', ma amo Sacchi e seguo Guardiola. Moratti? Non mantenne le promesse fatte. Maradona? L'avrei gestito così..."

10.03.2015
16:43
Redazione

Rafa Benitez, allenatore del Napoli, ha rilasciato un'intervista a France Football, giornale francese. Ecco quanto tradotto da CalcioNapoli24: 

Lei conosce i giornalisti, noi mettiamo etichette a tutti. Guardiola creativo, Mourinho realista, Klopp energico, Wenger amante del bel calcio. E Benitez... difensivo? "E' divertente sentire che in Spagna si dica 'Benitez difensivo', perchè in Italia mi dicono addirittura di fare un gioco troppo offensivo. Per me, è sempre una questione di equilibrio. Ho allenato squadre che hanno totalizzato più di cento gol in una stagione. Qui a Napoli per esempio, 104 gol l'anno scorso, al Liverpool ben 119 reti. Amo far giocare bene la mia squadra".

Quando si è creato il malinteso, allora? "Credo dal mio passaggio al Valencia. Ho giocato contro Real Madrid e Barcellona che facevano un gioco estremamente offensivo. Il Valencia era una squadra molto solida, molto ben equilibrata. Paragonato a quello di Real e Barça, il mio gioco è sembrato difensivo. Lì mi hanno dato questa etichetta e mi è rimasta".

Alcuni allenatori sono conosciuti per il loro dogmatismo, come Guardiola, Bielsa, o ancora Sacchi e Cruyff. Altri invece sono conosciuti come pragmatici, ad esempio Mourinho, Deschamps, Capello. E lei? "Forse una via di mezzo. Amo il Milan di Sacchi, ma tengo d'occhio quello che sta facendo adesso Guardiola. Non costruisco niente senza vedere un'idea di calcio concreta, fatta di controllo e di equilibrio, un dettaglio essenziale per me. Tuttavia, anch'io voglio vincere, per cui devo essere pragmatico perchè devo conseguire determinati obiettivi. Ho dovuto comunque adattare le mie idee perchè sono pagato. Del resto, tutto dipende dal tempo che si ha a disposizione".

Preferisce fare un bel gioco con scarsi risultati o un gioco quantomeno decente e grandi risultati? "Bella domanda. Tutti vogliono vincere e giocare bene. Del resto, si hanno molte più possibilità di vincere quando si gioca bene. Le due opzioni non devono essere separate l'una dall'altra. Devo ammetterlo, amo quando la mia squadra vince meritatamente, ovvero quando non lascia alcuna alternativa all'avversario".

Quanto è importante la comunicazione in questo lavoro? "Si, la comunicazione è importante, ma non necessaria per vincere come dite voi. Con Internet, i social network, leggo troppo spesso cose come 'Rafa ha detto questo', 'Rafa ha detto quest'altro', ed è tutto falso. Per questo accetto solo interviste o colloqui individuali, faccia a faccia, in modo che la stampa non trasformi il mio messaggio".

Signor Benitez, lei è conosciuto come un tecnico ossessionato dal controllo e dalla costanza, due qualità essenziali per vincere competizioni lunghe come i campionati: come spiega allora la conquista di soli due titoli nazionali? "E' semplice: per vincere un campionato bisogna avere un'ottima rosa. Cioè un buon 11 di base e tanti ricambi di livello. Perchè si gioca su 9 mesi, tutte le settimane. A Valencia, a Liverpool o qui a Napoli ho avuto buone squadre, ma non sono mai state le migliori. Tutto è legato solo alla potenza economica del club: ogni volta ho incontrato squadre più attrezzate delle mie. L'unica chance è fare tutto alla perfezione e sperare che i top club non si esprimano al loro livello. Al contrario, in Coppa, si può compensare la minor qualità con l'astuzia tattica. Ma sulla durata di un campionato, la chiave vincente è la rosa. Io ho conquistato due campionati col Valencia perchè Real e Barcellona hanno commesso errori. Se fossero stati al loro livello, non ci sarebbe stata alcuna speranza. Come in Germania: se il Bayern è al top, nessun altro può vincere. In Italia accade la stessa cosa con la Juventus. E in Premier la lotta è sempre ristretta ai due Manchester e al Chelsea. La cosa che lega tutte queste squadre? Sono le più ricche".

Rafa Benitez torna a parlare della sua esperienza all’Inter: “Sono arrivato dopo che la squadra vinse tutto. C’erano grandi campioni, ma sapevo che la rosa andava rigenerata visto che c’erano molti trentenni. Prima di firmare, parlai col presidente Moratti che mi promise una serie di rinforzi. Dopo aver firmato, però, non arrivarono i giocatori richiesti”.

Sul futuro - “Per ora sono a Napoli, non so cosa potrà accadere dopo. I vostri colleghi inglesi e spagnoli mi chiedono di eventuali club nei loro paesi. Ho allenato in Spagna, Inghilterra, Italia. Non avrei alcun problema a provare un nuovo campionato, se ci fosse l'offerta giusta al momento giusto, con la squadra giusta. La Ligue 1?L’ho studiata. Ad esempio ho notato che è il campionato dove si segnano più gol di testa. E’ un buon campionato”.

Alcuni l'hanno descritta come una persona un po' austera. Questo può essere dannoso per la sua carriera? I club potrebbero guardare anche quest'aspetto oltre ai titoli vinti? "Ecco, per questo credo che sia molto importante far passare il giusto messaggio alla stampa. Dopo le interviste, spesso, i giornalisti dicono che non sono affatto cattivo. Infatti, sono una persona tranquilla, amichevole, che ama trascorrere bei momenti in allegria, che ama i tifosi. Per quanto riguarda il resto, credo che debba essere giudicato su ciò che ho vinto: 12 trofei in dodici anni".

I media fanno parte del gioco? A volte si scrivono vere e proprie storie, siamo sicuri che ai tifosi piacciano? "A me no, non sono importanti e non mi piace partecipare a questo tipo di gioco. Ma se c'è il vero bisogno di giocare, io gioco. Se devo farlo per difendere la mia squadra e i miei ragazzi, lo faccio senza problemi".

In Spagna, lo stile di gioco è molto importante. Ora il suo Valencia ha un gioco meno spettacolare rispetto a quello di Real e Barca. Come
fare per vincere?
"C'è 'stato un vero e proprio dibattito, ma sulla base di una errata percezione. Stavamo giocando un calcio di alta qualità, inoltre, durante il secondo titolo, abbiamo segnato un gol in meno del Real (71 contro 72). Avevamo una squadra che ha sempre letto il gioco molto bene, attaccando senza rompere gli equilibri".

Napoli è la città più pazza e tu sei l'allenatore più a modo. Come si abbinano le due cose? "Ho ancora una cultura latina, posso capire l'eccessiva passione dei tifosi. Credo che i fan vedano la mia immensa passione, con la sola differenza che non si riflette nella gestualità, ma nell'intensità e l'impegno che ho messo nel mio lavoro ogni giorno. I napoletani sanno vedere questo. Vedono il bel gioco che esprime la squadra"

Se tu fossi stato l'allenatore a Napoli negli anni '80, sarebbe stato difficile per te gestire uno come Diego Maradona? "Ma no. Sarei stato in grado di gestire Maradona. Sai, mi piace lavorare con i sudamericani. Parliamo la stessa lingua, questo è già un vantaggio. Tuttavia, non stiamo parlando di un giocatore normale. Questo è uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi, molti qui pensano che lui sia il più grande. Ovviamente non avrei trattato un campione di quella portata, come un altro giocatore. Non possiamo trattare tutti i giocatori allo stesso modo. Devi essere giusto con tutti, che non è la stessa cosa".

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