L'Argentina di Maradona, il ct più pazzo del mondo. CorrSera: quando ai critici disse 'Que la chupen!'

26.11.2020
16:00
Redazione

Maradona e la sua Argentina

Napoli - L’Argentina che arrivò nel 2010 al Mondiale sudafricano era fortissima: Messi, Aguero, Tevez, Milito, Di Maria, Higuain giovane. Tra l’Albiceleste e la vittoria c’era un solo ostacolo: il ct più pazzo del mondo; Diego Armando Maradona.

Maradona-Messi

Come riporta Il Corriere della Sera:

"Al primo allenamento, all’inizio delle qualificazioni, tenne ai ragazzi un discorso sobrio: «Avete di fronte un uomo tornato dall’inferno. Io ho dimostrato che nella vita tutto è possibile». Poi li portò a giocare ai 3 mila metri di La Paz direttamente dal livello del mare: 6 a 1 per la Bolivia. Per un’amichevole con la Giamaica arrivò a convocare cinque infortunati. In due anni chiamò un centinaio di calciatori. Allenamenti sempre il pomeriggio e la sera; la mattina dormiva. Il padre di Messi si lamentò: «Mio figlio non riceve istruzioni tattiche; Diego gli dice solo di giocare bene e fare gol». Allarmato, il presidente federale Grondona gli affiancò

Bilardo, il ct campione nell’86, che con Maradona aveva sempre avuto un buon rapporto. Litigarono subito. Risse seguite da pubbliche riconciliazioni: ogni volta Diego piangeva. Mise sotto un cameraman con la macchina. Trovò il tempo di aprire una scuola di calcio in India, dove fu accolto come un santone. Era sempre a dieta, infatti da allenatore finì in ospedale una volta sola, non per la cocaina o l’alcol ma per il morso del cane della fidanzata Veronica. Promise solennemente di non sparare più ai giornalisti, come aveva fatto nel 1994 fuori dalla casa di campagna (4 feriti). Però dopo la qualificazione in Uruguay invitò i suoi critici a praticargli un rapporto orale – «Que la chupen!» –: due mesi di squalifica. Nei quarti contro la Germania schierò tutti i suoi attaccanti, con Messi a centrocampo; i tedeschi fecero 4 gol (a 0) in contropiede. Resta però un’Argentina indimenticabile. La differenza di carisma tra l’allenatore e il suo asso si toccava con mano: il vero numero 10 era lui, Maradona. Alla fine dell’allenamento il maestro prendeva da parte l’allievo: «Leo, adesso ti insegno come si battono le punizioni». Fatto sta che da allora Messi ne sbaglia pochissime.

Notizie Calcio Napoli