Repubblica - La rivincita di Rafael Cabral da rospo a principe azzurro con un balzo da Superman
DIAVOLO e acqua santa. Un istante prima saltellava tra i pali, fingendosi quasi tarantolato, per darsi la carica e soprattutto disorientare l’avversario; l’attimo dopo, raggiunto il suo scopo, Rafael Cabral Barbosa era invece già in ginocchio sulla linea di porta, braccia rivolte verso il cielo, nel rituale della preghiera che ha riscosso molti consensi tra il pubblico arabo. Benitez e i compagni, che nel frattempo gli correvano incontro, per sommergerlo nell’abbraccio meritato della vittoria, si erano al contrario entusiasmati per il doppio gesto tecnico del giovane portiere brasiliano: balzo felino sulla sua destra e gran colpo di reni, con cui il numero uno del Napoli aveva appena respinto il rigore decisivo di Padoin e messo ko la Juventus, nella serata della Supercoppa in Qatar. Un’impresa insperata, contro i campioni d’Italia: sia per l’altalenante squadra azzurra, sia e soprattutto per il discusso erede di Reina, il protagonista meno atteso di tutti. Passi per il rabbioso show e i tre palloni piazzati alle spalle di Buffon da Higuain, la cui uscita dal tunnel non poteva tardare poi troppo. Passi per la reazione di Hamsik, mai così capitano come nella notte di Doha, in cui ha ritrovato talento e grinta. E su Benitez, al traguardo dei dodici titoli in panchina, i tifosi del Napoli potevano nutrire concrete speranze, se non certezze. Ma nessuno si aspettava che il principe azzurro potesse diventare proprio Rafael Cabral: il rospo delle domeniche al San Paolo, che s’è preso a quattromila chilometri di distanza la più dolce e inattesa delle rivincite. I rigori parati a Chiellini e Padoin hanno stregato una città intera, costringendo tutti al “mea culpa” davanti alla tv. Il religiosissimo portiere brasiliano non portava rancore, però: e tanto meno pretenderà ora delle scuse. «La vita è così: ieri ero criticato, oggi sono un eroe. Io sono venuto qui per fare il mio lavoro, dopo l’infortunio al ginocchio non è stato facile recuperare, dico solo che ora sto finalmente bene e la squadra sta crescendo. E riguardo alle critiche, sinceramente, non mi hanno cambiato la vita...». Il ventiquattrenne Rafael ha alle spalle una esistenza sofferta: già orfano quando ne aveva appena compiuti 6, di anni, cresciuto in fretta e passato pure da una dura esperienza giovanile in Corea, per diventare calciatore. Si è aiutato con la fede e prega tra i pali alla fine di ogni partita, non solo se para un rigore a Padoin. È religiosissimo, come i suoi followers su twitter e instagram hanno imparato bene, leggendone i continui ringraziamenti verso l’alto. Che oltre all’acqua santa ci fosse anche il diavolo, invece, è stata l’altra grande sorpresa della notte di Doha. Quel balletto sulla linea di porta ha ricordato le prodezze luciferine di Jerzy Dudek: il numero uno polacco che mandò al manicomio i rigoristi del Milan con la maglia del Liverpool, nella pazzesca finale di Champions a Instanbul (2007). Sulla panchina degli inglesi c’era guarda caso proprio Benitez ed è stato naturale pensare che fosse stato lui, a sette anni di distanza, a ideare la stessa strategia con il portiere del Napoli. Invece Rafa non c’entra, mister Cabral ha fatto tutto da sé. «È una cosa che facevo in Brasile. Alcune volte va bene, altre no. Grazie a Dio ha funzionato, con la Juve». C’era una volta la “mano de Dios” di Maradona: ora c’è la manona di Rafael, che un artigiano ha già riprodotto e messo in messo in vetrina. Ma non è male nemmeno la foto del suo volo con il braccio proteso, stile Superman, per intercettare il tiro di Padoin. Si fa presto a passare dalla stelle alle stalle, però. E il discusso portiere azzurro, che alle difficoltà è abituato, sa che ci saranno esami. «Non ne ho paura, con il Santos ho già vinto e le ultime convocazioni nella Nazionale brasiliana mi danno altra forza». Vuoi vedere che non è un rospo? Intanto da lunedì notte sono meno i nostalgici di Reina. Per il piccolo diavolo, tra una preghiera e l’altra, si prospetta un gran ritorno al San Paolo.