Lui. De Laurentiis per Osimhen è praticamente Voldemort, colui che non deve essere nominato
Accordi non mantenuti, accuse di offese a stampo razzista, una rivendicazione di dignità e un barlume di riconoscenza che comunque emerge. L’intervista di Victor Osimhen squarcia il silenzio che di solito regna dopo ogni addio di ogni singolo tesserato della SSC Napoli, almeno per un po’ di tempo. Il personaggio si conosce: non è mai stato uno capace di restare e vivere dentro le righe, è stato trascinatore in campo e anche fuori, protagonista di tante storie, nel bene e nel male.
di Claudio Russo (@claudioruss)
Una ricostruzione pubblica con la sua personale versione dei fatti, senza presentarsi come vittima passiva, ma come protagonista che ha scelto di andarsene per salvaguardare sé stesso. Attaccando il presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, senza mai citarlo per nome ma definendolo semplicemente “lui”. Un’entità astratta e ingombrante. Non un presidente, ma un padrone. Reo – secondo Osimhen – di non aver mantenuto il “gentlemen agreement in base al quale l’estate successiva sarei potuto partire”. Il dito è puntato contro un trattamento definito umiliante: “Come un cane. Vai di qua, vai di là, fai questo, fai quello… non potevo accettare quel tipo di trattamento. Non sono un burattino”.
Eppure Osimhen non rinnega il suo passato in azzurro. Lo scudetto vinto, i tifosi, Luciano Spalletti: per tutti spende parole di stima e riconoscenza. Tutti, tranne Lui. De Laurentiis diventa una sorta di Voldemort, colui che non deve essere nominato. “Lui”, appunto, come se fosse il titolo di un film di Paolo Sorrentino. Con Osimhen e Khvicha Kvaratskhelia che diventano “Loro”, e il presidente che cambia forma: da numero uno del club a “Il Divo”.
Uno dei passaggi destinati a restare nell'era azzurra di Victor, e che per lui rappresenta una ferita ancora aperta, è il famigerato video pubblicato su TikTok dopo un rigore sbagliato. Una frattura definitiva: “Dopo che il Napoli ha pubblicato quel video, qualcosa si è rotto definitivamente”. Osimhen appare ossessionato da quell’episodio, simbolo di una mancanza di tutela da parte della società presieduta da Lui. Un contenuto nato con intenti goliardici, come molti altri pubblicati su TikTok, ma che ha colpito l’attaccante nel profondo. Perché lì, secondo la sua versione, si è superato un confine. Parla di allusioni, di accanimento mirato. Un’accusa gravissima che chiama in causa direttamente la società.
Osimhen punta il dito e allude a una componente razziale: “Il Napoli l’ha fatto soltanto con me, tra l’altro con allusioni di un certo tipo. Sono stato vittima di insulti razzisti e ho preso la mia decisione: volevo andare via”. Fosse vero, sarebbe uno scandalo. Dato che non lo è, è una forzatura pericolosa. Insulti razzisti dal Napoli? Un’accusa che appare difficile da concretizzare e che, in altri tempi, avrebbe portato ad una risposta ufficiale. Basti ricordare, dieci anni fa, il comunicato firmato da De Laurentiis contro Higuain dopo il passaggio alla Juventus. Oggi i tempi sono cambiati, i giocatori passano più in fretta e le guerre mediatiche si combattono con strumenti diversi.
Non è la prima volta che un ex tesserato della SSC Napoli punta il dito contro Aurelio De Laurentiis, e non sarà nemmeno l’ultima. E su questo aspetto ci sarebbe un altro discorso da fare. Stasera in campo, in Champions League, ci vanno quelli che chiamano “Sultano” e "Lui" la persona che, nonostante tutto, ha puntato su di loro. Se nel palmarès c’è uno scudetto, se nel portafogli c’è un assegno cospicuo (lo stipendio del Galatasaray è di 15mln fissi, 1mln di premio fedeltà netto e 5mln per i diritti d’immagine), e se nella storia di una città c’è posto anche per entrambi. Senza la scelta presidenziale, non ci sarebbe questo Spalletti e non ci sarebbe questo Osimhen. Poi il rapporto umano prima ancora che lavorativo scade, va in puzza. E dopo un po’, ormai è consuetudine, volano gli stracci.